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La Primavera del Botticelli

Forse avrei dovuto immaginarlo anni fa, quando visitai la Galleria degli Uffizi di Firenze per la prima volta, sostando di fronte al grande capolavoro di Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, in arte Botticelli, che da lì a 10 anni mi sarei avvicinata al mondo della natura.


Un capolavoro assoluto del primo Rinascimento Italiano, ma al tempo stesso un'opera tanto POP che ha influenzato la contemporaneità e che è tra le "icone" sacre della nostra pittura, iconografia e iconologia studiate e ristudiate su testi di scuola media, superiore e infine di università.


Eppure, tutte le nozioni di mitologia, simbolismo e le allegorie sono state rimosse dalla sottoscritta nel momento in cui mi sono trovata a un metro e mezzo da questa tempera su tavola di oltre 3 metri di lunghezza. Ho trascorso una mezz'ora abbondante ipnotizzata non tanto dalla leggiadria delle celebri figure femminili dai lunghi capelli e neppure dal virtuosismo raggiunto nella delicatezza di velature e trasparenze, quanto dalla rappresentazione della natura.


No dico, ma avete mai osservato bene questo capolavoro?!

Non so se sullo schermo fa il medesimo effetto di una stampa di testi scolastici.

Ma credo di sì. Allora il vostro sguardo si sarà subito soffermato sulla figura al centro dell'opera, la bella Venere, la dea dell'Amore, poiché inquadrata da una cornice simmetrica di arbusti.


Di seguito i vostri occhi potrebbero essersi spostati verso sinistra, in una zona di grande luminosità, creata dalle vesti trasparenti e dalla pelle madreperlacea delle tre Grazie, intente a compiere armoniose movenze di danza, intrecciando sensualmente le loro dita. Forse avrete poi snobbato un poco la figura maschile all'estrema sinistra del quadro: un Mercurio che con il braccio alzato e il suo attributo per antonomasia, il caduceo, è intento a scacciare delle piccole nubi in arrivo e siete passati direttamente alla destra del quadro, dove avanza con passo deciso l'allegoria della primavera, Flora.

Infine sarete forse rimasti un po' turbati da quella figura in tonalità bluastre, il vento Zefiro, con le gote rigonfie, che afferra l'amata Ninfa Clori, ritratta in stato decisamente interessante.


A far capolino alla scena è il dio dell'Amore, un Cupido bendato che è pronto a scagliare la sua freccia.


Ecco, una rappresentazione che più allegorica così della stagione primaverile non si può!

Soprattutto per l'importante committenza Medicea che ha alle sue spalle.


Ora, non voglio dilungarmi troppo sulla storia di questo quadro, la sua originaria collocazione e tutte le supposizioni - più o meno accreditate- sull'identità della Grazia che a breve sarebbe stata colpita dalla freccia di Cupido... perché, una volta ritrovatami "faccia a faccia" con quest'opera io ho guardato solo i fiori e le erbe.

E... lo so che quelli voi quasi non li avete visti! Ma credetemi, dal vivo sono qualcosa di eccezionale!


La scenografia all'interno della quale il tutto viene ambientato è un vero e proprio erbario caratterizzato da un'infinita varietà di specie vegetali e da una ricco campionario di fiori.... si parla di oltre 500 specie!


Se vi ho anche lontanamente incuriosito... non perdetevi la seconda parte di questo articolo!





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